Tribunale di Parma – Sentenza in merito agli acquisti di obbligazioni “fuori sede

Di particolare interesse la sentenza pronunciata dal Tribunale di Parma circa la vendita di obbligazioni da parte di un promotore finanziario collegato ad un istituto di credito presso l’abitazione dell’investitore. Di particolare interesse – si diceva -, perché non è raro – era anzi piuttosto frequente – che il contratto d’acquisto di titoli sia stato stipulato “fuori sede”, cioè non nei locali di una banca, ma per il tramite di un incaricato o nell’’ufficio di quest’ultimo o a casa del risparmiatore.

Questo il caso deciso dal Tribunale: l’intermediario si era recato dal cliente e lo aveva indotto a comprare bond emessi da una società straniera, la Carrier1, finita come altre in default. La particolarità della fattispecie sta nel fatto che, sebbene si trattasse di un’offerta fuori sede, non fosse stata indicata nel relativo contratto la facoltà di recedere nel termine di sette giorni decorrenti dalla data di sottoscrizione dello stesso. Omissione, questa, che a norma del settimo comma dell’art. 30 d.lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 comporta la nullità del negozio; nullità peraltro relativa, potendo la stessa essere fatta valere solo dal cliente..

La decisione in parola merita di essere segnalata soprattutto perché, oltre ad essere la prima in materia, chiarisce che l’applicazione dell’art. 30 d.lgs. cit. non va limitata, come aveva invece sostenuto la difesa della banca, “alla sola gestione del portafoglio clienti”. Tale interpretazione restrittiva, sempre secondo il Tribunale di Parma, è infatti in primo luogo smentita dal tenore letterale della disposizione, che fa espresso riferimento anche ai “contratti di collocamento di strumenti finanziari”. L’ottavo comma dispone, del resto, che il precedente sesto comma, il quale contempla appunto la facoltà di recesso, non si applichi soltanto “alle offerte pubbliche di vendita o di sottoscrizione di azioni con diritto di voto o di altri strumenti finanziari che permettono di acquistare o sottoscrivere tali azioni, purché le azioni o gli strumenti finanziari siano negoziati in mercati regolamentati italiani o di paesi dell’Unione Europea”. Dal che discende, argomentando a contrario, che la stessa debba essere indicata in ogni altro caso di vendita di titoli.

Inoltre, sempre come esattamente ritenuto dall’adìto Giudice, è la stessa ratio della normativa in questione – “chiaramente volta alla tutela degli investitori nei loro rapporti con gli intermediari finanziari e a garantire la “trasparenza e correttezza dei comportamenti e la sana e prudente gestione dei soggetti abilitati” – ad imporre un’interpretazione ampia dell’espressione collocamento utilizzata dall’art. 30. In altri termini, con la medesima deve intendersi ogni forma di vendita di titoli mobiliari. Tale disposizione disciplina, invero, il collocamento presso il pubblico di servizi d’investimento la cui nozione, come si desume dall’art. 1, comma 5, d.lgs. cit. comprende anche la negoziazione nonché la ricezione e la trasmissione di ordini.

La sentenza in parola costituisce, quindi, un primo e fondamentale precedente a tutela dei risparmiatori che hanno acquistato valori mobiliari “fuori sede”, ossia, come spesso è accaduto, a casa loro o presso lo studio del promotore. Difatti, nel caso l’investimento sia finito male, essi, se non era indicata nel contratto d’investimento la facoltà di recedere, potranno agire allo scopo di ottenere la declaratoria di nullità del contratto e la restituzione del capitale investito maggiorato degli interessi legali nel frattempo maturati.

avv. Giovanni Franchi