CARTELLE ESATTORIALI: Richiesta di annullamento di atto illegittimo ai sensi della Legge di Stabilità 228/2012 – articolo 1, commi da 537 a 544 ed istanza di sospensione

La legge di stabilità per il 2013 ha permesso di consentire ai contribuenti un ulteriore mezzo di tutela, contro le cartelle esattoriali atte ad essere usate per iniziare la fase del recupero del credito da parte dello Stato, prevedendo anche la sospensione delle cartelle stesse.

Ed in particolare ai sensi dell’art. 1 commi da 537 a 544 è ammessa la sospensione della cartella di pagamento al ricorrere di alcune “cause idonee”, quali ad esempio il pagamento già effettuato, la prescrizione del diritto di credito, un provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore o qualsiasi altra causa (dimostrabile) di non esigibilità del credito.

La domanda produce la sospensione immediata della riscossione, se presentata entro novanta giorni dalla notifica, da parte del concessionario per la  riscossione,  del primo atto  di  riscossione  utile  o  di  un  atto  della  procedura cautelare o esecutiva eventualmente intrapresa dal concessionario  il contribuente  presenta  al  concessionario  per  la  riscossione  una dichiarazione anche con modalita’ telematiche.

L’agente riscossore trasmette entro 10 giorni la richiesta all’ente creditore il quale ha altri 60 giorni per accogliere o respingere la domanda. Se entro 220 giorni dalla presentazione della domanda il debitore non riceve risposte, il debito si considera estinto per silenzio-assenso.

I motivi della sospensione

Le “cause idonee” sono:
• la prescrizione o la decadenza del diritto di credito intervenuta prima del momento in cui il ruolo è diventato esecutivo;
• un provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore;
• una sospensione amministrativa comunque concessa dall’ente creditore;
• una sospensione giudiziale o una sentenza che ha annullato in tutto o in parte il diritto alla riscossione, emesse in un giudizio al quale Equitalia non ha preso parte;
• un pagamento effettuato per il ruolo in questione prima della formazione del ruolo stesso;
• qualsiasi altra causa di non esigibilità del credito.

Si rammenta comunque che detto sistema di autotutela non ha effetto di sospensione sui termini di impugnazione avanti l’autorità giudiziaria.

[Sergio Di Chiara]

Tribunale di Parma – Sentenza in merito agli acquisti di obbligazioni “fuori sede

Di particolare interesse la sentenza pronunciata dal Tribunale di Parma circa la vendita di obbligazioni da parte di un promotore finanziario collegato ad un istituto di credito presso l’abitazione dell’investitore. Di particolare interesse – si diceva -, perché non è raro – era anzi piuttosto frequente – che il contratto d’acquisto di titoli sia stato stipulato “fuori sede”, cioè non nei locali di una banca, ma per il tramite di un incaricato o nell’’ufficio di quest’ultimo o a casa del risparmiatore.

Questo il caso deciso dal Tribunale: l’intermediario si era recato dal cliente e lo aveva indotto a comprare bond emessi da una società straniera, la Carrier1, finita come altre in default. La particolarità della fattispecie sta nel fatto che, sebbene si trattasse di un’offerta fuori sede, non fosse stata indicata nel relativo contratto la facoltà di recedere nel termine di sette giorni decorrenti dalla data di sottoscrizione dello stesso. Omissione, questa, che a norma del settimo comma dell’art. 30 d.lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 comporta la nullità del negozio; nullità peraltro relativa, potendo la stessa essere fatta valere solo dal cliente..

La decisione in parola merita di essere segnalata soprattutto perché, oltre ad essere la prima in materia, chiarisce che l’applicazione dell’art. 30 d.lgs. cit. non va limitata, come aveva invece sostenuto la difesa della banca, “alla sola gestione del portafoglio clienti”. Tale interpretazione restrittiva, sempre secondo il Tribunale di Parma, è infatti in primo luogo smentita dal tenore letterale della disposizione, che fa espresso riferimento anche ai “contratti di collocamento di strumenti finanziari”. L’ottavo comma dispone, del resto, che il precedente sesto comma, il quale contempla appunto la facoltà di recesso, non si applichi soltanto “alle offerte pubbliche di vendita o di sottoscrizione di azioni con diritto di voto o di altri strumenti finanziari che permettono di acquistare o sottoscrivere tali azioni, purché le azioni o gli strumenti finanziari siano negoziati in mercati regolamentati italiani o di paesi dell’Unione Europea”. Dal che discende, argomentando a contrario, che la stessa debba essere indicata in ogni altro caso di vendita di titoli.

Inoltre, sempre come esattamente ritenuto dall’adìto Giudice, è la stessa ratio della normativa in questione – “chiaramente volta alla tutela degli investitori nei loro rapporti con gli intermediari finanziari e a garantire la “trasparenza e correttezza dei comportamenti e la sana e prudente gestione dei soggetti abilitati” – ad imporre un’interpretazione ampia dell’espressione collocamento utilizzata dall’art. 30. In altri termini, con la medesima deve intendersi ogni forma di vendita di titoli mobiliari. Tale disposizione disciplina, invero, il collocamento presso il pubblico di servizi d’investimento la cui nozione, come si desume dall’art. 1, comma 5, d.lgs. cit. comprende anche la negoziazione nonché la ricezione e la trasmissione di ordini.

La sentenza in parola costituisce, quindi, un primo e fondamentale precedente a tutela dei risparmiatori che hanno acquistato valori mobiliari “fuori sede”, ossia, come spesso è accaduto, a casa loro o presso lo studio del promotore. Difatti, nel caso l’investimento sia finito male, essi, se non era indicata nel contratto d’investimento la facoltà di recedere, potranno agire allo scopo di ottenere la declaratoria di nullità del contratto e la restituzione del capitale investito maggiorato degli interessi legali nel frattempo maturati.

avv. Giovanni Franchi

Anatocismo: che fare?

E così anche l’abusivo comportamento della banche di capitalizzare trimestralmente gli interessi passivi maturati a carico del cliente, e di computare anche su questi quelli del trimestre successivo ha trovato la sua definitiva sanzione! Infatti, con sentenza 4 novembre 2004 n. 21095, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il supremo organo giurisprudenziale del nostro paese, hanno statuito che la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi contenuta nei contratti predisposti dagli istituti di credito è nulla, perché non corrisponde ad un uso normativo.

La materia, come noto, è regolata dall’art. 1283 c.c., il quale dispone che “In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi”. E per anni le banche hanno giustificato le pattuizioni contrattuali inserite nei loro formulari con l’esistenza di un uso contrario alla norma, uso, a loro dire, formatosi nel tempo e ravvisabile nella consuetudine delle persone di sottoporsi ad una regola giuridica.

Nella primavera del 1999 sono però intervenute numerose pronunzie della Corte di Cassazione (le n. 2374, 3096, 3845), le quali, in sede di esegesi della richiamata disposizione, ponendosi in consapevole e motivato contrasto con sentenze del ventennio precedente, hanno affermato il principio – reiteratamente confermato in altre ancora più recenti – secondo il quale “gli usi contrari”, idonei ex art. 1283 a derogare il precetto ivi stabilito, sono solo quelli “normativi” in senso tecnico, desumendone per l’effetto la nullità delle clausole bancarie anatocistiche, rispondendo la stipulazione delle medesime ad un uso meramente negoziale.

Il nuovo corso giurisprudenziale era ormai stabile, ma è comunque opportuno che anche le Sezioni Unite abbiano detto la loro: ogni dubbio deve considerarsi, di conseguenza, eliminato e l’anatocismo ritenersi illecito, produttivo dell’invalidità della relativa pattuizione e fonte dell’obbligo di rimborsare ai sensi dell’art. 2033 c.c. quanto trattenuto dall’istituto a tale titolo.

Sorgono, allora, diverse domande, alle quali varrà la pena di dare risposta per chiarire a tutti cosa il richiamato consolidatissimo orientamento consente di fare.

In primo luogo, c’è da chiedersi chi possa avvalersi delle pronunzie della Suprema Corte. La restituzione degli importi illegittimamente trattenuti dall’istituto può essere chiesta da chiunque, persona fisica, associazione, fondazione o società – vedremo di seguito entro quali tempi – abbia intrattenuto con una banca un rapporto produttivo d’interessi passivi. In altre parole, l’azione di ripetizione può essere intrapresa non solo da consumatori, ma anche da enti. A parere di chi scrive pure un imprenditore fallito, ovviamente rappresentato dal curatore, può far valere tale diritto.

Per quanto riguarda il tipo contrattuale, da cui esso scaturisce, può trattarsi sia di conti conti correnti, sia di mutui, sia di contratti quali le anticipazioni su crediti: basta, come detto, che il medesimo fosse “in rosso”, cioè passivo.

L’ulteriore questione attiene al termine di prescrizione: fino a quando può essere pretesa la rifusione del “maltolto”?

Converrà al riguardo ricordare che, in seguito alla virata giurisprudenziale del 1999 di cui si è detto, il legislatore è intervenuto – chi dice per spirito chiarificatore chi per salvare le banche – con l’art. 25 d.lvo 4 agosto 1999 n. 342, utilizzando la delega contenuta nella l. n. 128/98. Tale norma ha sostituito l’art 120 del d.lvo 1 settembre 1993 n. 385 (c.d. t.u.), disponendo tra l’altro: “Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori. Le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturate, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente”.

E’ successivamente accaduto che la Corte Costituzionale, con sentenza 17 ottobre 2003 n. 425, ha dichiarato l’illegittimità di tale ultimo comma. Il che, peraltro, non ha fatto venir meno quello precedente che demanda al CICR la formulazione della disciplina dell’anatocismo bancario. Tant’è che detto organo (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio) ha emanato la delibera 9 febbraio 2000, che consente, ma non retroattivamente, la capitalizzazione periodica degli interessi a determinate condizioni, le cui principali sono: che la periodicità della capitalizzazione sia la medesima per gli interessi attivi e per quelli passivi (diversamente da quanto avveniva in precedenza, perché una, la seconda, era trimestrale, mentre l’altra annuale); che la clausola sia espressamente approvata per iscritto.

Da quanto esposto discende che, essendo la materia stata regolata dal citato provvedimento espressamente previsto dalla legge, la questione si pone ormai per il periodo antecedente l’entrata in vigore dello stesso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 22 febbraio 2000 n. 43. Per quello successivo vi è, infatti, soltanto da verificare se l’istituto si sia adeguato alla normativa.

Per quello precedente vi sono, invece, tesi discordanti. C’è chi sostiene come il Salinstro in un articolo recentemente pubblicato da Banca, borsa, titoli di credito (Salinitro,Gli interessi bancari anatocistici, in Banca, borsa, tit. cred., 2004, 14 e segg.) che il termine decorra da ogni singola data in cui è avvenuta la capitalizzazione trimestrale. Se così fosse, considerato che siamo nel novembre 2004, potrebbe domandarsi la restituzione di quanto trattenuto in eccesso dal novembre 1994, escludendo però gli anni dal 2000 ad oggi, perché come detto dal marzo di quell’anno le banche si sarebbero dovute uniformare alla delibera CICR.

C’è poi una piuttosto recente sentenza del Tribunale di Torino (Trib. Torino 30 ottobre 2003, in Giur. it. 2004, 103) che ha affermato che “Il termine di prescrizione per la ripetizione di interessi anatocistici illegittimamente corrisposti decorre dalla data del loro pagamento”. Pronunzia, questa, che permette a chi ha pagato in ritardo di ampliare la possibilità di chiedere la restituzione. Per chi, per contro, ha onorato il debito nei termini, si arriva alle medesime conclusione cui giunge la richiamata dottrina.

La prevalente giurisprudenza di merito ritiene, però, sulla base di una sentenza della Cassazione (Cass. 9 aprile 1984 n. 2262) relativa ad un caso parzialmente diverso, che la prescrizione decennale dell’azione di ripetizione conseguente alla nullità degli interessi anatocistici applicati sino al 2000 inizierebbe a decorrere, non dalla data della chiusura trimestrale del conto con cui si e proceduto alla capitalizzazione, ma da quella di scioglimento del rapporto, che può non essere ancora avvenuto. Per questo orientamento, che pare al sottoscritto meritevole di essere seguito, può domandarsi la restituzione di interessi conteggiati anche diverso tempo addietro, purché il contratto non sia stato ancora risolto o, comunque, non lo sia stato per più di dieci anni. Se così è, potrà chiedersi la ripetizione di tutto quanto è stato trattenuto nel corso degli anni, anche per esempio vent’anni fa, in violazione del divieto di anatocismo.

Chi vanta il relativo diritto, si domanda, infine, a quanto ammonta il suo credito. È questo un quesito al quale solo un consulente tecnico può dare risposta. In altre parole, nel corso del giudizio il giudice dovrà nominare un perito per quantificare la somma da rifondere, i costi del quale saranno a carico di chi agisce solo a titolo provvisorio, perché alla fine del procedimento di primo grado sarà la banca a dover pagare avvocati e tecnici.

Vi è, però, la speranza che gli istituti di credito preferiscano evitare inutili controversie e rimborsare il tutto. Questo il motivo per il quale, prima di adire le vie legali, conviene inviare alla banca una raccomandata con la richiesta di restituzione degli importi trattenuti in violazione dei citati precetti.

(Avv. Giovanni Franchi)

Riflessioni in merito ai diritti dei contraenti di polizze assicurative dopo il recente intervento della Cassazione

Continua la difesa del foro del consumatore da parte della Cassazione!

Dopo che già con la sentenza n. 11282 del 28 agosto n. 2001 aveva qualificato quello previsto dal n. 19 dell’art. 1469 bis come un foro esclusivo, incompatibile per il principio della successione delle leggi nel tempo con ogni altro, ed in particolare anche con quelli di cui agli artt. 18 e 20 c.p.c., oggi con la pronuncia n. 17475/02 la S.C. ha confermato la competenza del Giudice di pace, e non della Corte d’Appello, a trattare i giudizi relativi al rimborso di quote dei premi assicurativi. Il che consente di riesaminare integralmente la materia, inducendoci ad alcune riflessioni.

Con provvedimento di chiusura dell’istruttoria n. 8546 del 28.7.00, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato accertava l’esistenza di un’intesa restrittiva della concorrenza da parte di 39 imprese di assicurazione operanti in Italia nel settore RC auto. E col medesimo comminava alle società coinvolte una multa progressiva rispetto alla gravità della condotta posta in essere.
Queste, più in particolare, le compagnie condannate: Allianza Subalpina, Assimoco, Assitalia, Augusta, Axa, Azuritalia, Bayerische, BNC, Commercial Union, Duomo, Fata. Fondiaria, Gan, Generali, Helvetia. Italiana, ITAS, Loyd Adriatico, Lloyd Italico, Maeci, Mediolanum, Meie, Milano, Nationale, Nuova MAA, Nuova Tirrena, Piemontese, RAS, Reale Mutua, Royal Insurance, Royal & Sun Alliance, SAI, Sara, Toro Unipol, Vittoria, Winterthur, Zurigo.

L’istruttoria era iniziata per una presunta infrazione dell’art. 2 l. n. 287/90, per avere un’assicurazione rifiutato di stipulare una polizza incendio e furto se non congiuntamente a quella RC Auto, e si era poi allargata per una pretesa violazione del medesimo articolo, consistente in uno scambio d’informazioni tra numerose imprese operanti nel settore per il tramite di una società di consulenza esterna. E’ stato così accertata dall’Autorità, come si legge al punto 275 del provvedimento, un’intesa avente “…quale oggetto di restringere e falsare il gioco della concorrenza nei mercati nazionali dell’assicurazione auto”, con l’effetto di incidere e falsare il prezzo a danno dei consumatori.

E’ poi accaduto che le Compagnie abbiano impugnato il provvedimento dell’AGCM prima al Tar del Lazio, che ha respinto il ricorso, poi in sede d’appello al Consiglio di Stato che, con sentenza in data 27.2.02, ha parzialmente rigettato il gravame, confermando l’esistenza di un cartello delle compagnie assicurative sulle RC auto e sottolineando come tale cartello, di carattere sostanzialmente monopolistico, abbia comportato una situazione di finto mercato in danno degli assicurati. Parzialmente, si diceva, perché l’adìto giudice ha accolto in parte il ricorso di alcune delle società multate, annullando la sanzione per avere ritenuto non grave l’infrazione commessa dalle medesime, ma lasciando inalterato l’accertamento dell’illecito comportamento posto in essere da tutte le compagnie.
A riprova di quanto fin qui affermato riportiamo di seguito la parte del dispositivo relativa alla questione: “2) Accoglie in parte il ricorso in appello proposto da Assimoco s.p.a., Bayerische Assicurazioni s.p.a., HDI Assicurazioni s.p.a. (già BNC Assicurazioni s.p.a.), Il Duomo Assicurazioni e Riassicurazioni s.p.a., Vittoria Assicurazioni s.p.a., Maeci Assicurazioni e Riassicurazioni s.p.a., Meieaurora Assicurazioni s.p.a. (già Meie Assicurazioni s.p.a.), Nuova Tirrena Assicurazioni s.p.a., Mediolanum Assicurazioni s.p.a., Nuova Maa Assicurazioni s.p.a., Lloyd Italico Assicurazioni s.p.a., Sara Assicurazioni s.p.a., Commercial Union Insurance s.p.a., , ITAS Istituto Trentino Alto Adige per l’assicurazione, Italiana Assicurazioni s.p.a., Augusta Assicurazioni s.p.a., , Fata Fondo assicurativo agricoltori s.p.a., La Nationale Compagnia italiana di assicurazioni e riassicurazioni, La Piemontese assicurazioni s.p.a., Royal International Insurance Holdings Ltd – Royal Insurance r Royal & Sun Alliance Assicurazioni Sun Insurance Office e, per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata, annulla la sanzione irrogata alle sopra indicate imprese con il punto e) dell’impugnato provvedimento, ritenuta la non gravità dell’infrazione relativa all’accertata intesa orizzontale consistente nello scambio di informazioni tramite i soli osservatori RCA e ARD e fermi restando i capi b) e d) dello stesso provvedimento impugnato”.

Ciò detto, per passare alle azioni esperibili dai singoli consumatori, è evidente, a parere di chi scrive, la commissione da parte delle assicurazioni di un atto illecito produttivo di danni a norma dell’art. 2043 c.c. Illecito, si diceva, consistito nella violazione di diverse norme di legge, tra le quali l’art. 2 l. n. 287/90, che prevede il divieto assoluto di intese volte a fissare direttamente o indirettamente i prezzi di acquisto o vendita, e l’art. 1 punto e) l. n. 281/98 che riconosce ai consumatori il diritto alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali.
Donde il diritto di ciascun assicurato, compresi i proprietari di motoveicoli, anch’essi soggetti per quanto disposto dall’art. 237 d.lgs. n. 285/92 all’obbligo assicurativo, di ottenere il risarcimento del pregiudizio patito pari, come ben si evince dalle tabelle esaminate dalla Autorità, a circa il 20% dei premi annuali incassati dalle singole imprese. Del resto, lo stesso art. 3 della citata l. n. 281/98 riconosce il diritto ad azioni individuali per il risarcimento dei danni conseguenti ad atti e a comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti.
Per quanto concerne la durata dell’illecito, la medesima è desumibile, per ogni singola compagnia, dal paragrafo 125 della decisione, nel quale si legge che per la maggior parte di esse è entrata nel cartello nel 1995. Dal che discende che il risarcimento può, nella maggior parte dei casi, salvo ovviamente il diverso accertamento contenuto nel provvedimento, essere chiesto per cinque anni, vale a dire dal 1995 fino all’ultimo pagamento precedente al 28.7.00, data della decisione dell’Autorità Garante.
A nulla, d’altra parte, varrebbe eccepire il decorso del termine quinquennale di prescrizioni, essendosi al cospetto di un cd. illecito permanente per il quale, secondo la giurisprudenza, occorre partire dal giorno di commissione dell’ultimo atto, avvenuto nella specie nel 2000. Che così stiano le cose è dimostrato dal fatto che, più o meno fino all’intervento dell’Autorità, le singole assicurazioni hanno mantenuto in vita il cartello e i loro illeciti accordi.

Da segnalare ancora, a parere di chi scrive, la possibilità di agire nei confronti di tutte le assicurazioni condannate dall’Autorità, in altre parole anche contro quelle per le quali il Consiglio di Stato ha ritenuto la non gravità dell’infrazione. Ciò perché, anche ad avviso del giudice d’appello, tutte le compagnie erano coinvolte ed hanno commesso l’infrazione, con l’effetto che tutte, essendo responsabili del fatto, sono tenute a risarcire il danno.

Da aggiungere che, come già si è scritto, con sentenza n. 17475/02 la Corte di Cassazione ha finalmente risolto la questione relativa all’individuazione del giudice competente a risolvere le controversie in parola. Fino a tale decisione, infatti, le compagnie convenute in giudizio avevano eccepito l’applicabilità dell’art. 33, comma 2, l. n. 287/90, e la conseguente incompetenza funzionale del Giudice di pace, stabilendo detta norma la competenza esclusiva della Corte d’appello per le azioni di nullità e risarcitorie derivanti dalla violazione delle norme anticoncorrenziali. Secondo la S.C., infatti, nella specie siamo di fronte ad un’ordinaria azione, soggetta come tale alle norme del codice di rito.
Ne consegue che ciascun consumatore potrà chiedere i danni al giudice competente per valore, cioè il Giudice di pace se la causa non supera quello di euro 2.582,28. La controversia potrà inoltre essere esperita nel foro di residenza del consumatore, in forza della citata pronunzia della Suprema Corte n. 11282/01, nonché per il fatto che questo è normalmente il luogo dove è sorta la relativa obbligazione.

Per concludere, merita osservare che i Giudici di pace hanno già iniziato ad emettere sentenze contro le società assicurative. Da non dimenticare, più in particolare, quella del Giudice di pace di Locri in data 31.12.02, quella del Giudice di pace di Laviano del 27.9.02 e quella del Giudice di pace di Sala Consilina. In ciascuna di esse è sempre stata accolta la domanda dell’assicurato, ma per motivi diversi. Mentre nella prima è stata accertata un’ipotesi di nullità parziale ex art. 1419, comma 2, c.c., con conseguente sostituzione della clausola relativa all’importo ed obbligo della compagnia di rifondere la differenza, e nella seconda tale obbligo è stato riconosciuto ai sensi dell’art. 2033 c.c. per essere stato indebitamente percepita la differenza del 20% in più, nel terzo è stata accolta una normale domanda di danni.
Nonostante questi precedenti non sempre univoci, siamo dell’opinione che il pregiudizio patito da ciascun consumatore possa e debba essere chiesto ai sensi dell’art. 2043. Siamo peraltro altresì dell’opinione, per ovvi motivi di maggiore sicurezza, che la richiesta di rimborso possa e debba essere avanzata anche per le ragioni addotte dalle richiamate sentenze.

Avv. Giovanni Franchi